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Come sono fatte le Emozioni?

Tempo di lettura: 7 minuti

“La variazione è la norma”, non l’uniformità!  

L.F.Barrett

 

Nel 2017, la psicologa e neuroscienziata di fama internazionale Lisa Feldman Barrett pubblica How Emotions are Made, e presenta la sua Teoria delle emozioni costruite, il testo che viene tradotto nella nostra lingua nel 2023 da Giunti Psicologia, col titolo originale “Come sono fatte le emozioni”.

Leggendo questo testo non ci vuole molto per capire che siamo nel bel mezzo di una rivoluzione scientifica per quanto riguarda le conoscenze sulla costruzione delle emozioni, della mente e del cervello, grazie anche alle moderne neuroscienze che ci forniscono nuovi strumenti di indagini sempre più accurati e all’aver condensato le conoscenze più avanzate nel campo della psicologia, in particolare quelle di matrice epistemologica costruttivista degli ultimi settanta anni.

Dice la Barrett: “ i vostri geni vi hanno dato un cervello che può entrare in relazione col suo ambiente fisico e sociale, e altri membri della vostra cultura costruiscono quell’ambiente insieme a voi”, in altre parole:

Ci vuole più di un cervello per crescere una mente”

Le sue ricerche ci mostrano come le emozioni sono socialmente costruite nel momento stesso in cui vengono esperite dalle persone, grazie a sistemi centrali che interagiscono nell’intero cervello (e non in zone distinte e separate così come si è pensato fin qui) e che sono supportati dall’apprendimento all’interno di una data cultura-ambiente.

Le emozioni sono realtà sociali, figlie di concetti condivisi che assumono particolari funzioni in ragione di un accordo sociale in un determinato contesto.

La Matrice Epistemologica Costruttivista: allarghiamo lo sguardo!

In psicologia, il costruzionismo è una teoria dell’apprendimento basata sulla teoria del costruttivismo, secondo la quale l’individuo che apprende costruisce modelli mentali per comprendere il mondo intorno a lui. In Psicologia clinica il costruttivismo è un approccio derivante da una concezione della conoscenza come costruzione dell’esperienza anziché come rispecchiamento o rappresentazione di una realtà indipendente e oggettiva.  

La teoria delle emozioni costruite di Barrett si inserisce nella ben più ampia tradizione scientifica del costruzionismo e incorpora e sviluppa gli elementi di tutti e tre le declinazioni:

  1. Il costruzionismo sociale che riconosce l’importanza della cultura e dei concetti: i concetti relativi alle emozioni che ci sono familiari, sembrano predefiniti soltanto perché siamo cresciuti in un particolare contesto sociale, nel quale quegli stessi concetti si sono rivelati significativi e utili, perciò il nostro cervello li applica in modo automatico e inconsapevole al fine di costruire le nostre esperienze . Gli stati interiori e le relative percezioni sono invece influenzati dai nostri ruoli e dalle nostre credenze. Questa posizione viene confermata dagli studi della Barrett quando dimostra che la categoria emozionale non ha alcuna impronta digitale né nel corpo né nel cervello,  e che le emozioni non sono geneticamente predeterminati.
  2. Dal costruzionismo psicologico riprende il concetto che le emozioni sono costruite da sistemi di base situati nel cervello e nel soma, approccio che ci ricorda che la nostra mente è molto più predittiva che non reattiva, e le nostre emozioni si costruiscono e non si innescano di fronte a stimoli esterni.
  3. Infine dal neurocostruzionismo riprende l’idea che l’esperienza – e quindi l’ambiente esterno, influisca sul microcablaggio del cervello, meglio noto come “plasticità” . La struttura macro del nostro cervello è in gran parte determinata, ma il microcablaggio non lo è; ciò significa che l’esperienza passata influisce nel determinare le nostre esperienze e le percezioni future. Nello specifico, “le prime esperienze culturalmente mediate modellano in modo diverso il cablaggio del nostro cervello”.

Dal punto di vista scientifico, che cosa cambia?

Il lavoro, magistralmente condotto dalla psicologa Lisa Barrett, permette di introdurre dei termini più calzanti e che meglio spiegano il funzionamento del cervello da una parte, e della mente dall’altra, a partire dalla disconferma scientifica di alcune credenze fin qui utilizzate nel mondo scientifico e accademico:  

  1.  Barrett arriva a dimostrare che “la stessa categoria emozionale contempla differenti risposte somatiche, ergo la variazione, non già l’uniformità è la norma”. Motivo per il quale le “impronte digitali” dell’emozione sono un mito. Non esiste quindi alcuna configurazione facciale esattamente corrispondente ad ogni emozione in maniera uguale in tutto il pianeta e che la dovrebbe differenziare dalle altre; la gioia, la tristezza non sono reazioni a stimoli ambientali- a trigger come si usa dire adesso, che attiverebbero circuiti emozionali specifici presenti già nel nostro cervello.  
  2.   La “teoria delle emozioni costruite” contesta la visione classica delle emozioni, che con Paul Ekman e altri studiosi del settore, enfatizzava le espressioni facciali e le contrazioni dei muscoli facciali come prova delle sue teorie sulle emozioni innate e universali. Secondo Ekman alcune emozioni fondamentali, come la gioia, la tristezza, rabbia, paura, sorpresa e disgusto sono universali, cioè espresse e riconosciute allo stesso modo in tutte le culture umane; per Ekman le regole sociali influenzerebbero solo il “come” queste emozioni vengono modulate e manifestate in diverse culture. Mentre, Barrett dimostra che senza il contesto più allargato quelle stesse emozioni non possono formarsi, tanto meno essere comprese o riconoscibili in maniera univoca. In poche parole, il “volto è certamente uno strumento di comunicazione sociale, ma è il contesto a rivelarsi decisivo (il linguaggio del corpo, la situazione sociale, l’aspettativa culturale, etc.).
  3. Dimostra la fallacia della visione classica del cervello trino/tripartito, che definiva l’evoluzione del cervello in rettiliano, sistema limbico e neocorteccia. E sfata il mito dell’individuo come attore razionale: l’idea che la mente umana sia una specie di campo di battaglia in cui la cognizione e l’emozione si sfidano costantemente per conquistare il controllo sulle nostre azioni è errata, perché scientificamente disconfermata, come disconfermato è l’idea che le emozioni si originano solo dalla parte centrale del cervello, e la razionalità e il pensiero logico dalla corteccia cerebrale. È la complessità e non la razionalità che ha permesso una riorganizzazione delle aree del cervello, man mano che si sono espanse, per mantenersi efficaci e versatili, e che permette di essere i veri artefici della propria esperienza.

Alcuni concetti principali espressi dall’autrice:  

Nell’accompagnare il lettore a scoprire i risultati delle sue ricerche, Barrett introduce dei concetti importanti che danno conto della complessa interazione tra la percezione del nostro mondo interno e del mondo esterno, come ad esempio:

  • nicchia affettiva- che include tutto ciò che è rilevante per il nostro bilancio corporeo nel qui ed ora;
  • granularità emotiva-  fattore chiave nello sviluppo dell’intelligenza emotiva, rappresentato dall’acquisizione di nuovi concetti relativi alle emozioni, e dall’affinamento di quelli già presenti;
  • rete interocettiva – intrinseca al nostro cervello, costituita dalle regioni dedicate all’elaborazione del bilancio corporeo e al suo controllo, da cui originano quelli che gli scienziati chiamano affetti; per cui in un dato momento accelera il cuore, rallenta la respirazione o si rilascia cortisolo; e poi dalle regioni che rappresentano la percezione delle modificazioni interne. L’affetto lo ricordiamo non è una emozione, ma una semplice percezione nei termini di piacevolezza o sgradevolezza, o nei termini di arousal, ossia quando ci sentiamo attivati/agitati in un dato momento o al contrario, calmi. L’affetto è il senso generale di come ci sentiamo ogni giorno: stanchi, annoiati, irritabili, interessati, etc.;
  • rete di controllo – in ogni momento di veglia il nostro cervello attribuisce significato alle nostre percezioni, alcune di queste sono di natura interocettiva (interne) e il significato che ne deriva può essere l’occorrenza di una emozione, ossia i concetti con i quali definiamo ciò che proviamo, in base all’obiettivo e al contesto.

Le emozioni per la Barrett non sono reazioni al mondo, ma sono le nostre costruzioni del mondo, sulla base di predizioni che il cervello compie costantemente sfruttando le proprie esperienze passate. L’evoluzione ha letteralmente cablato il nostro cervello per renderlo capace di compiere predizioni efficienti e tenerci in vita. Attraverso un processo di predizione e correzione, il nostro cervello, dice la Barrett, crea e rivede continuamente il nostro modello mentale che si riferisce al mondo.    

Le emozioni sono quindi i significati: spiegano i nostri cambiamenti del nostro mondo interno e le corrispettive percezioni affettive in relazione alla situazione, e sono una prescrizione dell’azione. I sistemi cerebrali che implementano i concetti come la rete interocettiva e la rete di controllo sono la dimensione biologica della costruzione dei significati.

Cosa significa tutto questo nella nostra vita di ogni giorno?

Questo lavoro sulla costruzione delle emozioni richiama la natura relazionale della nostra mente, e ci ricorda che giochiamo un ruolo molto più attivo nella nostra vita, che siamo gli artefici della nostra stessa esperienza più di quanto sapevamo fin qui o abbiamo mai creduto o sperato.

Questa nuova visione delle emozioni, della mente e del cervello ha inoltre delle ricadute immediate su quelle che sono le nostre idee in merito ai trattamenti dei disturbi mentali, delle patologie somatiche, alla comprensione più in generale delle nostre relazioni interpersonali, e al nostro stesso approccio nell’educazione dei figli.

L’autrice offre molti spunti su questi ambiti di ricerca e approfondimento, e a proposito dell’educazione dei figli dice:

“ quando insegniamo dei concetti relativi a delle emozioni ai nostri bambini stiamo agendo oltre la semplice comunicazione: stiamo creando la realtà per questi stessi bambini, la realtà sociale che decidiamo di presentargli”. Per come funzioniamo, le percezioni del mondo esterno e interno infatti sono ipotesi, non fatti; per cui, attraverso il processo educativo stiamo offrendo loro degli strumenti per predire le loro esperienze future e connotarle affettivamente. Visione che apre ad esempio all’importanza dell’educazione affettiva come processo attivo e partecipativo all’interno di gruppi sociali – famiglia, pari, scuola, etc.; e non come mera eredità di emozioni considerate innate e perciò immodificabili lungo l’intera vita.  

Affermazioni come “la co-costruzione dell’esperienza ci permette di regolare i reciproci bilanci corporei, che è uno dei grandi benefici che otteniamo dal fatto di vivere in gruppo” o anche “le nostre parole ci permettono di accedere alle reciproche nicchie affettive anche quando siamo separati da ampie distanze” aprono alla possibilità di concepire una regolazione reciproca dei bilanci corporei tanto in presenza, cioè quando siamo vicini, nella stessa stanza, quanto a distanza come ad esempio nelle consulenze da remoto. 

La realtà sociale non è solo una questione di parole, dacché “ci entra sotto la pelle”:

Con i risultati di questi studi Barrett ci fa capire come “la realtà sociale non sia solo una questione di parole, dacché “ci entra sotto la pelle”: le parole, i concetti appartenenti alla nostra cultura influenzano il “come” viene plasmato il cablaggio cerebrale e determinano cambiamenti somatici che si verificano mentre proviamo una data emozione. Non riconosciamo né identifichiamo le emozioni, ma costruiamo le nostre esperienze emozionali e le nostre percezioni in merito alle emozioni degli altri, sul momento, secondo le nostre esigenze attraverso circuiti complessi che chiamano in causa l’interazione di diversi sistemi. 

Infine, il costruzionismo ci insegna ad essere scettici o prudenti. “Un cervello umano più creare molti tipi di mente, ma tutte le menti umane hanno alcune caratteristiche comuni” dice la Barrett, e sono tre aspetti della mente, o almeno tre: il realismo affettivo, i concetti e la realtà sociale, questi si che sono universali e si fondano sia sull’anatomia che sulla fisiologia del cervello- eccetto nei casi di evidenti patologie, specifica l’autrice.

Di questi tre aspetti universali della mente, vale la pena ricordare che il realismo affettivo è quel fenomeno per cui esperiamo ciò in cui crediamo, per cui crediamo a qualcosa anche quando le evidenze lo mettono in forte dubbio. E che se non sottoposto a controllo- a revisione, l’esperienza del realismo affettivo ci porta a esprimere atteggiamenti assoluti, rigidi e inflessibili. La migliore difesa in questi casi rimane la curiosità e il sentirsi a proprio agio nel coltivare il dubbio e abitare l’incertezza, sottolinea l’autrice.

In- Conclusione:

Barrett non soltanto ci ricorda che la dimensione fisica, mentale e quella sociale sono intimamente connesse e si influenzano reciprocamente, ma ci spiega anche in che modo, secondo le più aggiornate scoperte scientifiche nel campo della psicologia.

Si capisce facilmente la portata di quanto detto fin qui anche rispetto al fatto che le parole non sono neutre e che il linguaggio non descrive la realtà, ma la costruisce.

Le narrazioni condivise con altri, attraverso processi di co-costruzioni di significati e di esperienze emozionalmente connotate, diventano così strumenti per generare nuove modalità di pensiero, nuove competenze relazionali e nuove azioni presenti e future.

La psicoterapia individuale e di gruppo, è una di quelle pratiche umane che in tal senso ci permette di conoscere le nostre esperienze e vissuti così come li abbiamo costruiti. Permette di aumentare la granularità emotiva, cioè di accedere a nuovi concetti e cablare il proprio cervello, modificarlo così per scelte future differenti.

“E nel mentre si procede assieme, di fatto costruiamo la mente dell’uno e dell’altro, fino a determinare reciprocamente i risultati che otteniamo”.

 

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